Sparizione generale?

“L’abisso cresce. Di sotto c’è il buco, c’è il buco” (Ionesco)

Leggendo i commenti in cui si esprimevano i desiderata sul trattamento del proprio corpo cadaverico, spesso per chiedere una cremazione con relativa dispersione delle ceneri, o in cui si concedeva un rito per chi rimaneva, supponendo ambiziosamente di mancare a qualcuno, ho notato che anche in chi professa un convinto ateismo si presuppone che dopo di sè la realtà continui. Mi è ritornata allora in mente l’ipotesi di Ionesco raccontata ne Il re muore, in cui con la morte del sovrano l’intero universo da lui dominato si bucherella, sgretola e infine scompare. Quindi la domanda: “Per un ateo quando uno muore scompare, ma contemporaneamente scompare anche il resto? Oppure continua ad esistere?”

La domanda non è sciocca. Se l’esistere è collegato alla coscienza, cioè alla “lettura” della realtà che ne certifica l’esistenza, cosa accadrà quando questa coscienza scomparirà, quando cioè il lettore non ci sarà più? E per un ateo, visto che non esiste una “Coscienza infinita che pensa il mondo” (cit. Sartre) ma soltanto la PROPRIA coscienza in cui passa tutto il resto, comprese le supposte coscienze altrui, non diventa credibile che con la propria scomparsa il nulla assoluto si inghiotta il resto?

Pertanto la preoccupazione di un dopo morte (da ateo), o il pensiero di un rito compiuto da altri, o il lasciare disposizioni sull’utilizzo delle spoglie, riflettono secondo me un non bene metabolizzato rifiuto del divino, di quella “coscienza infinita” che regge l’esistenza con o senza di noi.

Non si rida superficialmente. Prima di nascere vi ricordate qualcosa? Non vigeva forse una notte silenziosa rotta solo non tanto dall’apparire dell’umanità, visto che anch’essa, senza l’io in prima persona, faceva parte di quel tutto nero e silente, ma rotta dall’apparire del mio preciso e ateo io (come direbbe un ateo, o come dovrebbe dire). Affermare che prima di me esisteva quelcosa, e che esisterà qualcosa una volta spenta la luce della mia coscienza, è una PROIEZIONE FIDEISTA. Io non c’ero, che ne so? Io non ci sarò, che ne so? Gli amanti del “tutto è interpretazione”, gli innamorati del “puro soggettivismo”, i fan di quell’idealismo estremo che è in fondo l’ateismo, non mi sembra che abbiano valutato fino in fondo le conseguenze del deicidio. È molto scomodo che Dio non esista, diceva Sartre, ma non solamente per la fondazione di un’idea obiettiva di bene e male e del conseguente imperativo morale, ma anche e innanzitutto per la mancanza di una fondazione della stessa realtà, che tutta viene a dipendere dalla piccola e assoluta coscienza individuale.

L’accusa di egoismo che si legge in Il re muore, non deve essere intesa in senso morale ma come verità indiscutibile: c’è solo l’ego, e fino a quando c’è esiste il gioco di riverberi che chiamiamo realtà, e quando scompare, puf, tutti gli enti-coriandoli diventano neri e indossano l’uniforme del nulla. Fuori di questa realtà c’è FEDE. Fede che il mondo sia, che io sia insieme ad altri veri io, che tutto permanga al di là del nostro piccolo io transuente. Quanto deve bruciare questa parola in bocca a chi ha fatto della sua vita il rigetto della fede…

Anish Kapoor è un artista che fa delle installazioni. Quella del buco nero (vedi foto) è diventata famosa in questi giorni perchè un turista italiano vi è finito dentro. L’artista ha realizzato anche dei gorghi in giardini e musei. Ha scurito il Cloud Gate, il “fagiolo-specchio” di Chicago, con il Vantablack, un materiale che assorbe la luce al 99% fornendo un nero quasi completo, capace di eliminare perfino la voluminosità dei solidi. Queste macchie nere dentro la città, questi buchi nel cosmo sono la trasposizione perfetta del racconto di Ionesco in cui l’universe perde man mano consistenza con il morire del protagonista, fino a essere inghiottito completamente: “Io sono pieno, ma di buchi. Mi sento corrodere. I buchi s’allargano, non hanno piú fondo. Ho le vertigini quando m’affaccio sui miei buchi. È la fine.”

Ma Kapoor è affascinato anche dagli specchi. Nell’installazione di cui mostro la foto, l’enorme specchio circolare riflette il cielo e crea come una porta celeste nella realtà. La Coscienza infinita che sostiene il reale si riaffaccia nell’arte contemporanea.

Stralci da Il re muor di Eugene Ionesco:

MARIE – Io t’amo sempre, io t’amo ancora.

RE – Non so, non so piú. L’amore non mi aiuta. MEDICO – L’amore è folle.

MARIE – (al re) L’amore è folle. Se tu ami follemente, se ami svisceratamente, se ami assolutamente, la morte si allontana. Se tu ami me, se tu ami tutto, la paura si dissolve. L’amore ti trascina, ti abbandoni e la paura ti abbandona. L’universo intero, tutto rivive, il vuoto diventa pienezza.

RE – Io sono pieno, ma di buchi. Mi sento corrodere. I buchi s’allargano, non hanno piú fondo. Ho le vertigini quando m’affaccio sui miei buchi. È la fine.

MARIE – Non è la fine, gli altri ameranno per te, gli altri vedranno il cielo per te.

RE – Io muoio.

MARIE – Entra negli altri, sii gli altri. Ci sarà sempre… qualcos’altro. RE – Altro che cosa?

MARIE – Altro. Tutto ciò che è. Che non perisce.

RE – Ce n’è ancora… ce n’è ancora… ce n’è ancora cosí poco. MARIE – Le nuove generazioni allargano l’universo.

RE – Io muoio.

….

MARGUERITE – Sentite come tutto crolla. Non abbiamo piú frontiere, un buco sem- pre più grande ci separa dai paesi vicini.

JULIETTE – Meglio così. Non potranno piú invaderci.

MARGUERITE – L’abisso cresce. Di sotto c’è il buco, c’è il buco. GUARDIA – Noi ci manteniamo alla superficie.

MARGUERITE – Per pochissimo tempo.

MARIE – Meglio perire con lui.

MARGUERITE – Siamo appena una superficie, ma presto saremo l’abisso.

MEDICO – Tutto ciò è colpa sua. Non ha voluto lasciare niente dopo di lui. Non ha pensato ai successori. Dopo di lui, il diluvio. Peggio del diluvio, dopo di lui, il nulla. Un ingrato, un egoista.

….

JULIETTE – La terra sprofonda con lui. Gli astri si dissolvono. Scompare l’acqua, il fuoco, l’aria, un universo, gli univérsi. In quale deposito, in quale cantina, in quale ripo- stiglio, in quale solaio si potrà immagazzinare tutta questa roba? Ne occorre di spazio. MEDICO – Quando i re muoiono, si attaccano ai muri, agli alberi, alle fontane, alla luna; s’attaccano…

MARGUERITE – E tutto si stacca.

MEDICO – Tutto si scioglie, evapora, non ne resta una goccia, un granello di polvere, un’ombra.

JULIETTE – Egli trascina tutto con sé nel gorgo.

……

RE – (con una sorta di balbettio) Io.

MARGUERITE – Ma no! S’illude d’essere tutto. Pensa che il suo essere sia tutto l’es- sere. Bisogna cavargli questa idea dalla testa. (Poi, come per incoraggiarlo) Tutto sarà conservato in una memoria senza ricordi. Il granello di sale sciolto nell’acqua non scom- pare perché rende salata l’acqua. Ah, ecco, ti raddrizzi, non sei piú gobbo, le reni non ti fanno piú male, piú niente ossa rotte. Non è vero che era pesante? Guarito, si, guarito. Puoi avanzare, coraggio, vieni avanti, dammi la mano. … Non tenere i pugni stretti, allarga le dita. Che cosa stringi? (Gli apre il pugno) Tutto il suo regno teneva nella mano. In miniatura: microfilms… semi. (Al re) Questi semi non germoglieranno, la semenza è guasta, cattivi semi. Butta via, allenta le dita, ti ordino di aprire le dita, lascia le pianure, lascia le montagne. Così. È soltanto polvere. …

……

Scomparsa improvvisa, dalla destra, della regina Marguerite.

Il re è assiso sul trono. Si saranno viste scomparire progres- sivamente, durante quest’ultima scena, le porte, le finestre, le pareti della sala del trono. Questo effetto scenico è molto im- portante.

Adesso non c’è più nulla sul palco, salvo il re sul suo trono, avvolto in una luce grigia.

Poi anche il re e il trono scompaiono.

Infine non resta altro che la luce grigia.

La scomparsa delle finestre, porte, muri, re e trono deve av- venire lentamente, progressivamente, in modo molto netto. Il re seduto sul trono deve restare visibile qualche istante prima di sprofondare in una sorta di nebbia.

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