I pensieri di Cioran sono per me ristoratori, mi rinfrancano. Al contrario di coloro che almanaccano con l’ateismo e non ne tirano le conseguenze, egli almeno ci prova, scoprendo subito e denunciando indirettamente la sua invivibilità. Senza senso non c’è azione. Anche il semplice camminare e respirare, come dice icasticamente in altra parte: “un semplice passo – fosse pure verso una parvenza di realtà – è un’apostasia nei confronti del nulla; il respiro stesso deriva da un fanatismo in embrione”. Non si vive senza una fede e chi la osteggia fanaticamente dovrebbe rendersene conto. Ogni azione è un effetto metafisico. Sia essa un “sequitur esse”, oppure un sequitur non-esse, l’azione ha a che fare irrimediabilmente con una consapevole o inconsapevole presa di posizione religiosa. L’azione denuncia un senso, e il senso riflette l’esserci in un disegno, e il disegno addita a un artista. Si può provare a vivere rifiutando un senso ma esso riemerge sempre. “Tutte le verità sono contro di noi. Ma noi continuiamo a vivere, perché le accettiamo in quanto tali, perché ci rifiutiamo di trarne le conseguenze… Le scienze provano il nostro nulla. Ma chi ne ha tratto l’ultima lezione? Chi è divenuto eroe della pigrizia totale? Nessuno incrocia le braccia; siamo più operosi delle formiche e delle api”. L’inazione, che dovrebbe essere l’effetto coerente di chi rileva l’assoluta insensatezza della vita, è sempre aggirata. Che sia invece vera la “favola” teista?

