L’assoluto reale

IL CONDIZIONATO REALE PRESUPPONE UN INCONDIZIONATO-ASSOLUTO REALE.
Prima di riportare il commento autorevole di Melchiorre alla frese di Kant spiego il motivo della scelta dell’immagine che accompagna la frase.
Il teschio che è di Kant, morto quando aveva 80 anni, mi serve per dire due cose:

  1. La temporalità, il divenire e soprattutto la morte sono per eccellenza l’attestazione della nostra contingenza. Quel dentone superstite la dice lunga sul decadere inarrestabile della forma, facendo svanire illusioni di autoassolutezza.
  2. L’assoluto ricavato dalla riflessione è certamente importante per fondare pensiero e razionalità ma è poca cosa per l’esigenza di salvezza della concreta vita. La sua scoperta dovrebbe pertanto servire da sprone per la ricerca di un Assoluto vivo oltre che vero, personale oltre che razionale, libero oltre che necessario, soteriologico oltre che “archeologico”.

Riporto un brano di Virgilio Melchiorre che ha dedicato buona parte delle sua ricerca allo studio di Kant e alla composizione della filosofia trascendentale con le conquiste del tomismo. È tratto da Breviario di metafisica:

“[…] Ritorna così l’asserto cartesiano per il quale la nozione dell’infinito precede, in certo modo, quella del finito. E, insieme, lo stesso asserto kantiano per il quale, dato il condizionato, è ad un tempo dato anche l’incondizionato: un asserto che dobbiamo però assumere non solo come mera esigenza ideale, bensì anche come un vero e proprio asserto di realtà. Se, infatti, il rilievo del condizionato corrisponde a un dato reale dell’esperienza, pure l’incondizionato che ne costituisce la possibilità deve essere inteso, se non si vuol cadere in contraddizione, come reale. Fermarsi a una considerazione puramente ideale dell’incondizionato implicherebbe, infatti, che la possibilità preceda originariamente la realtà o – ed è lo stesso – che la possibilità dell’esserci equivalga a un non essere. Il pensiero del negativo, il pensiero della finitudine, sin dall’origine, appare dunque sollecitato dalla primalità dell’Essere. Possiamo dire, nei termini di Tommaso: dall’ipsum esse subsistens, che è di là da ogni ente, che in quanto tale resta pur sempre de-finito nell’essere e che dunque ha essere ma nel contempo non è. In definitiva, dobbiamo riconoscere che il pensiero del negativo è mosso per se stesso dal sotteso richiamo di un’assoluta positività, da una fungenza a priori dell’Essere.”

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