Motivare le scelte

In discussioni tra commenti un pò nascosti ho letto delle definizioni così perentorie e particolari da parte di un non credente che mi hanno incuriosito tanto da volere conoscere come gli ATEI (ma non solo) del gruppo pensano la cosa.

Le frasi principali sono “L’ateo non sostiene che Dio non esista”, oppure “Un ateo non afferma che Dio sia un’illusione”. Sarà vero? Che ne dite atei, credenti e scettici del gruppo?

Per parte mia penso che teismo e ateismo debbano avere delle motivazioni valide per affermare ciò che pensano o credono. Alla domanda “Esiste Dio?” il teista risponde “Sì”, l’ateo risponde “No”, e l’agnostico “Non lo so”. Tra la perfetta equidistanza (impossibile secondo me) dell’agnostico alla assoluta convinzione del teista e ateista (altrettanto impossibili, sempre secondo me) c’è una grande varietà e sfumatura di posizioni.

Nell’immagine ho messo 100 all’affermazione teista e 0 a quella ateista. Il 50 è la posizione agnostica, che a sua volta può essere soft o forte: personale (non so) e temporanea (per adesso non so) nel primo caso, oppure collettiva (nessuno sa) e permanente (non si saprà mai) nell’accezione hard.

Questa impostazione del problema risolve la questione dell’onere della prova attribuendo a tutte e tre le posizioni un dovere di motivazione. Chi dice Dio esiste deve avere delle motivazioni per farlo. Così anche chi dice che non esiste alcun Dio; ma anche l’agnostico deve motivare il suo “non sapere”, soprattutto se è la versione hard (collettiva e permanente). Tutti al lavoro quindi. E un gruppo di confronto potrebbe fare bene a tutti.

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