La reincarnazione

Trovo interessante leggere le riflessioni di Franco Bertossa, mai banali, e come credente sono provocato ad approfondire il mio assenso religioso.

Di questo testo mi è piaciuta la descrizione dell’oggettività del mondo e del “meccanismo” della convinzione. A me sembra però che l’esclusione di Dio “dall’assolutezza” della convinzione sia impropria. Ritengo infatti che la convinzione non sia l’atto primo dello “spirito” ma sia successivo. Prima della convinzione c’è l’apprensione e poi il giudizio su tale esperienza. Lo stupore per qualcosa che c’è è dirompente e precede l’esercizio del pensare. Ci troviamo cioè nudi e “assolutamente” coinvolti in un esistere pre-pensato, oggettivo. Dallo stupore nasce poi il domandare (“che è questo?”) e l’attestazione di verità (almeno di quella esperienza). Nel trovarci esistenti entra in ballo Dio, oppure no.

Volevo poi annotare (e chiedere provocatoriamente) come in una prospettiva atea, cui anche Bertossa partecipa negando direttamente Dio e sottolineando l’idea di “spirito” in senso immanente, la liberazione dello spirito dalle strettoie materiali di non verità sia presto raggiungibile. Perchè anni di pratiche di meditazione per giungere a capire che siamo nulla destinati a nulla? Non basta un colpo in canna per restituirci, in una prospettiva correttamente atea, la “pace eterna” e riallineare la temporanea deviazione della nostra consapevolezza, feconda di dolore, alla piana silenziosità cosmica? E se invece che il lieto nulla di sè si attendono altre vite in serie, può essere questo accettato da un pensiero ateo? Non rientra “Dio” o una dimensione religiosamente spirituale dalla finestra?

Testo di Bertossa:

“Due sono le prospettive su cui poggia una visione del mondo: una oggettiva l’altra soggettiva.

La prima dà origine alla scienza.

Essa assume una oggettività del mondo, ovvero una sua esistenza non derivante dalle attività di una mente o di una coscienza.

In questa visione si intende che la mente stessa emerga come particolare funzione dalla complessità del mondo oggettivo.

Naturalemente non tutti i pensatori che orbitano attorno al mondo scientifico la pensano così radicalmente, ma non ho mai trovato argomenti decisivi, sempre nell’ambito del pensiero scientifico, capaci di smentire tale radicalità che fu ben formulata da Jacques Monod nel Postulato di Oggettività:

“Si dà un mondo esterno a noi che noi percepiamo coi sensi e sistematizziamo con la logica”.

La visione incentrata sul soggettivo, invece, intende il mondo come rappresentazione dell’attività di una mente o di uno “spirito” originario.

Cosa necessariamente accomuna del due visioni?

Il fatto che sia dell’una che dell’altra occorra essere convinti.

La convinzione, però, è atto dello “spirito”.

(inteso in senso tedesco, Geist, o francese, Esprit, in un accezione, cioè, non necessariamente spirituale o religiosa come noi italiani saremmo portati a intendere)

Essere convinti che.., assumere che.., sono nostre capacità originarie, insormontabili.

O sei convinto che non lo siano?

O assumi che non lo siano?

Dunque lo sono.

Perché ogni alternativa sarebbe oggetto di convinzione o di assunzione.

Nell’atto di convinzione noi ci viviamo in modo assoluto, ossia in esso non ci è neppure data la possibilità di pensarci relativi, derivati, “deboli”.

Infatti di tutto ciò dovremmo essere convinti.

Questa è la porta del trascendentale.

Non spaventatevi, nulla di religioso.

“Trascendentale” significa solo condizione a priori di conoscenza.

Perché si possa avere una qualsiasi conoscenza, le condizioni di conoscenza – trascendentali – devono essere già presenti.

Anche per dubitare di questo o negarlo.

Questo gioiello ce lo ha portato a consapevolezza Kant e per questo gli dobbiamo molto.

Naturalmente chi legge può non restare molto impressionato da tutto ciò, e questo accade perché poche persone si approcciano a tali questioni ultime da una propria lucida posizione che, confrontata con altre posizioni di conoscenza forti, come può essere quella di Kant ma quelle anche di altri pensatori cruciali, possa dar luogo a risposte decisive, certe, potenti, capaci di orientare una vita.

Per questo sovente invito gli amici che mi leggono ad un incontro occhi negli occhi, poiché solo così si può procedere gradino per gradino, senza che nulla venga lasciato nell’ambiguità.

Nella intensità di un confronto faccia a faccia, dove di qualcosa ne vada anche sul piano personale, la capacità intuitiva diventa più acuta perché siamo messi in gioco ed è possibile che si faccia un determinante passo nella comprensione di sé.

(Molti declinano. Alcuni mi hanno addirittura detto che avevano impegni per molti mesi venturi.. Hanno messo le mani avanti..

Ritrovarsi in angolo spaventa anche se accadrebbe null’altro che di scoprire qualcosa di sé. Ma ogni persona va rispettata, anche nelle sue incertezze e titubanze)

Dunque dicevo che l’atto della convinzione è atto dello “spirito”, ossia che si presenta a priori in ogni tentativo di conoscenza.

Esso rivela un assoluto, un evento che non è lecito pensare derivato dal cervello, dall’ambiente o da un Dio, poiché di tutto ciò – così come del loro opposto – occorrerebbe essere convinti.

L’atto di convinzione va distinto dal contenuto di convinzione.

Posso essere convinto dell’esistenza di Dio così come della sua inesistenza, ma sempre mi vivo in una convinzione.

Una volta giunti a bene intendere l’assolutezza dell’atto di convinzione, occorre frequentarla.

Lo si fa meditando e attraverso l’autoreferenza, ovvero con modi di attivazione dell’atto della convinzione sull’atto della convinzione stessa.

Un modo efficace è provare a dubitare dell’assolutezza della convinzione o a negarla.

Mi è lecito assumere che questo mio dubbio possa essere un atto derivato (da cervello, anima, Dio..)?

Sia che sì, sia che no.. ne sono convinto.

Dunque no.

Infatti proprio mentre dubito, mi vivo nella convinzione che solo il procedere col dubbio possa garantirmi di non esser ingannato.

E così il dubbio, provando ad aggredire l’atto di convinzione, lo rafforza.

Allorché tale pratica autoriferita si acuisce e approfondisce, lo “spirito” inizia ad agitarsi e a rilasciare ulteriori intuizioni sulla verità cercata.

Dalla pratica autiriferita accade che ci si ritrovi nella dimensione “medesimale” (la tathata (talità) dei buddhisti) e di lì, insistendo secondo precisissime indicazioni, allorché lo “spirito” si arroventa di propria intensità, chiusegli tutte le vie di fuga e dispersione, può accadere di vivere il salto in un nuovo principio, quello esistenziale.

Questo è il satori dello zen.

Ch lo ha vissuto si commuove al solo ricordo di quanto gli fu svelato in quel raro e prezioso evento.

Non è la fine della via, ma solo il vero inizio.

È una via seria, precisa ed è inaggredibile poiché si alimenta proprio dei tentativi di aggredirla con i nostri dubbi.

È una via per coraggiosi.

Infatti solo chi ha più fame di verità che di vita può affacciarsi all’orlo del senza fondo, dell’abisso, e proprio là stabilire il luogo della propria pratica.

A che pro?

Se lo chiedi, significa che non vuoi essere ingannato.

Ecco: per non essere ingannati.

Per la Verità.

Per cos’altro?

Ti spaventa o ti richiama?

..

Franco Bertossa

Foto: Una ventina di anni fa, a Sera-je, monastero tibetano in India, con amici lama.

Quello subito alla mia destra è fuggito a piedi dal Tibet occupato attraversando l’Himalaya. Ha camminato per tre mesi, camminando quasi solo di notte, nascondendosi sempre per non essere intercettato dalle truppe di confine cinesi che sparavano a vista e con lunghi forzati digiuni (scherzando, diceva che aveva fatto una cura dimagrante).

È uno spirito incredibile, dolce e fortissimo, sempre di buon umore (almeno mai mostra altro). Ora si prende cura di ragazzini che i genitori tibetani mandano con tutti i mezzi a studiare in India, nei monasteri.”

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