Il Signore è Dio

Nella Bibbia sono molti gli abbinamenti tra Signore e Dio (vedi qui sotto alcune citazioni), termini che in genere traducono Jahvè ed El. Da qualche tempo questa specificazione mi affascina. C’è un nome e un genere. Come dire Socrate è un uomo. La trovo interessante dal punto di vista del tipo di accesso a ciò che esprimono quei termini.

Sono forse entrambi frutto di fede personale e fiducia nei confronti di tradizioni antiche? Oppure la fede riguarda il nome, e cioè la specificazione di chi porta in pienezza quel genere, mentre il genere è conseguenza di un’indagine razionale? Per me è la seconda risposta. Ritengo che a Dio come creatore e ordinatore dell’universo (che ci comprende) si accede con l’intelletto o un’intuizione intellettiva. Invece la specificazione di chi sia e dove si possa individuare quel Dio, la si raggiunge mediante un assenso fiduciale alla ventura di un incontro o di un appuntamento con la grazia.

Se Dio non fosse fondabile razionalmente diventerebbe infondata anche la fede nel nome specifico. Non resterebbe che un arbitrario atto volitivo. Forse non se ne rendono conto molti credenti. E certamente è comprensibile il tentativo dei non credenti di snaturare e s-fondare la ragionevolezza dell’assenso a Dio come genere. Personalmente (e sono in buona compagnia) non mi arrendo ad entrambe le posizioni.

Riporto qui sotto un eloquente brano del denso libretto “Ipotesi su Dio” di Timossi, estratto dal capitolo “Una pensabilità logica”. È un brano con cui mi sento molto in sintonia e che esemplifica bene questo tema della complementarietà tra assenso intellettivo e di fede.

CITAZIONI
“Sappi dunque oggi e conserva bene nel cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: e non ve n’è altro” (Dt 4,39)
“Tu sei diventato spettatore di queste cose, perché tu sappia che il Signore è Dio e che non ve n’è altri fuori di lui”
“Riconoscete che il Signore è Dio; è lui che ci ha fatti, e noi siamo suoi”
“Il Signore è Dio, egli ci illumina…”
“Se il Signore è Dio, seguitelo!”
“Mio Signore e mio Dio.”

TESTO DA “IPOTESI SU DIO”
“Proprio la presenza degli atei e degli agnostici dimostra nei fatti e quindi al di là di ogni dubbio (contra facta nihil valet argumenta) che l’esistenza di Dio non appare né una percezione intuitiva accettata da tutti, né tantomeno una conoscenza immediatamente evidente. Certo, ci sono individui che credono sinceramente di sentire intorno a sé o dentro di sé la presenza del divino, mentre c’è perfino chi dichiara di averne avuto una visione mistica, ma si tratta pur sempre di fenomeni di portata soggettiva, estremamente importanti per coloro che li hanno vissuti o li vivono e tuttavia inadeguati ad avvalorare per tutti la ragionevolezza dell’idea di Dio. Come già notava Tommaso d’Aquino (1225-1274), non si può razionalmente ammettere una affermazione come quella di Giovanni Damasceno (675-750 ca.) secondo cui «Dio ha infuso in tutti noi la conoscenza naturale della sua esistenza», proprio perché per confutare una simile tesi è sufficiente ricordare che esiste lo «stolto» (l’ateo) che secondo la Bibbia «dice in cuor suo Dio non esiste» (Sal 53 (52]): «Dunque che Dio esista non è di per sé evidente». L’Aquinate faceva inoltre osservare come per la fede in Dio siano indispensabili dei preamboli razionali (preambula fidei), ovvero come l’atto di fede religiosa per non essere considerato illusorio o fideistico debba necessariamente riposare su una condizione imprescindibile: la ragionevolezza dell’esistenza di Dio. Si tratta in altri termini di giustificare preliminarmente la possibilità logica di Dio e di conseguenza della fede, ovvero la non contraddittorietà di entrambe rispetto alle nostre conoscenze corroborate congiuntamente dall’esperienza e dalla ragione. Infatti, «l’oggetto della fede [Dio], deve logicamente precedere la fede, non per fondarla, nel senso di dimostrarne i contenuti, ma nel senso di renderla possibile». Ciò significa pure che se qualche ateo riuscisse a dimostrare che non esiste niente oltre la materia, che l’Universo spiega da sé la propria esistenza, che il ricorso alla presenza di un Ente soprannaturale provvidente e garante di giustizia non è altro che una pia illusione, allora la credenza religiosa sarebbe ipso facto senza fondamento razionale, quindi non giustificata per vera dalla ragione. Qualora infatti l’intelletto ci conducesse a ritenere palesemente infondata o scientificamente impossibile l’ipotesi di Dio, la fede non ne sarebbe impedita, ma certamente perderebbe l’importante requisito della ragionevolezza, che fa tutt’uno con la credibilità della rivelazione. Il credente in quest’ultimo caso sarebbe totalmente in balia delle critiche, talvolta anche sprezzanti, di quegli atei che abbiamo visto accostare la fede religiosa agli oroscopi, alla telecinesi, alla chiromanzia, alle premonizioni degli indovini e alle invenzioni mitologiche. Il tentativo di sfuggire al problema dell’attendibilità razionale della fede appellandosi a un atto di fiducia volontaristica fine a sé stesso o, ancor peggio, al noto assunto credo quia absurdum attribuito al filosofo Tertulliano (155-230 ca.), significa non soltanto andare contro la logica, ma isolarsi in un soggettivismo assoluto che col suo sacrìficium intellectus contrasta con la stessa natura umana, vincolata razionalmente ed eticamente alla ricerca del vero.

[…] In breve, ciascun credente, con tutti i suoi limiti conoscitivi, può legittimamente accettare il mistero e il paradosso, giammai la contraddizione o l’illogicità, perché essa equivale all’irrazionale, ovvero a ciò che è contrario alla natura stessa dell’uomo quale essere pensante. In conclusione, l’idea di Dio comunque la si concepisca rappresenta il tentativo di individuare con la ragione naturale il principio universale (il logos) e lo scopo tanto del cosmo quanto della vita umana. Un Ente divino può così essere inteso come principio creatore, fondamento e fine di tutte le cose, nonché come saldo «punto di appoggio», come ubi consistam di tutto ciò che esiste e in particolare della nostra esistenza. Bisogna tuttavia essere consapevoli che qualora fosse valida l’obiezione atea secondo cui non serve una causa prima trascendente per spiegare l’esistenza del mondo e della vita intelligente, qualora cioè avessero ragione gli scienziati Stephen Hawking (1942-2018) e Leonard Mlodinow quando affermano che è possibile rispondere alle domande fondamentali sulla natura delle cose (Perché c’è qualcosa invece di nulla? Perché esistiamo? Perché questo particolare Universo fisico e non un altro?) «rimanendo esclusivamente nell’ambito della scienza e senza invocare alcun essere divino», allora al concetto di Dio non corrisponderebbe niente di fondato o di vero…”

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